In collaborazione con

 

 



Con la partecipazione di

 

 










 



Ascolta lo spot

in onda su Radio Popolare

clicca per avviare la riproduzione

 

Luisa Paola Bassu - Luigi Pirandello Stampa

Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie


(Una di Due)

“Io volevo esser sola in un modo del tutto fuori dagli schemi, nuova. Esattamente all’opposto di quello che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Questa la chiamate pazzia?”
Forse perché non riflettono bene, mia cara, in fondo cosa ne può sapere il mondo della sventura di essere solo una delle immagini del sé?

Una delle Tante e Nessuna delle Centomila.
Storia vecchia cara mia, puzza di stantio il tempo in cui mi evocasti, tirandomi fuori da una gruccia dell’armadio, me, la tua estranea per riuscire finalmente a sentirti un po’ più sola.
“La solitudine non è mai con me”, dicevi,  “è sempre senza di me”, però non è mai sola ci vuole sempre un estraneo che la abiti, sia pure un soriano che eviti accuratamente di strusciarsi sui tuoi polpacci, così mi hai inventata per tenerti compagnia, ignorandoti.  Hai fatto in modo che la tua casa diventasse la mia, che tu fossi un ospite sconosciuto nell’ombra, il ragno inconsapevole lassù, nell’angolo di destra, a tessere una tela di incoscienza di te.

Però, una volta, abbiamo provato a conversare, faccia a faccia, ci assomigliamo noi due, qualcuno  direbbe che siamo due gocce d’acqua, ad altri parremmo solo simili, parenti lontane, forse, sarà per quell’appendice nasale che vira tutta a dritta.

Mi chiedevi chi eri tu,  volevi vederti, e quanto orrore provammo entrambe nello scoprire che non lo sapevamo, che non saremmo riuscite a scoprirlo  guardandoci, perché io, se ti grattavi la testa col braccio destro, me la grattavo col braccio sinistro e quest’asimmetria era sconcertante.

Non eri tu quella da questa parte, come quella dalla tua parte non ero io, e nessuna delle due aveva la forza di arrivare fino all’armadio per portare giù l’Ulteriore, lo sapevamo entrambe, sarebbe stata una terza e uno sguardo in più che ci avrebbe ignorate.
E di uscire no, di uscire non se ne parlava, ti saresti raddoppiata ancora, infinite volte, centomila volte, ti saresti frantumata come un prisma nello sguardo di Chiunque, saresti diventata un chiliagono, saremmo state troppe, allora, qua dentro.

Perché già i nostri occhi bastavano a farci tremare il labbro, perché già provavamo pudore a mostrarci tra di noi, ci scambiavamo le boccacce per vederci dall’esterno, ma quanto tutto questo era falso e insipiente, mossette da teatrino dilettantesco, noi, civettuole.

Ma la realtà, dov’era la realtà, qual era il vero aspetto di noi?

Intanto a questa domanda non ti rispondevi e ancor meno lo facevo io; continuavi a tormentarti i riccioli neri imbronciata, io ti vedevo e per reazione anche io mi tormentavo i riccioli neri, ma dall’altra parte, chi delle due aveva iniziato per prima?
"E gli altri?” ti chiedevi “Gli altri che guardano da fuori? Vedono  le mie idee, i miei sentimenti che hanno un naso. Il mio. E occhi,di pece, gli stessi che io non posso vedere. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso?”

E mentre tu ti preoccupavi di far quadrare il bilancio tra l’Iperuranio e il tuo naso io pensavo agli occhi, non avrei mai potuto guardarmi negli occhi.

Potevo solo fissarli nei tuoi e a tempo limitato, quando decidevamo di alzare la testa ma, ci scrutavamo entrambe, come se all’improvviso si dovesse compiere non so quale prodigio per il quale dalle pupille dovesse saltar fuori un coniglio.
La realtà è che io non potevo vedermi vivere e, tantomeno, guardarmi negli occhi.

(Due di Una)
L’altro giorno passeggiavo in questa città che non ha neanche una salita, è strano per una città, non puoi neanche sperare in una discesa che ti allevi il passo al ritorno, ad ogni modo, non volevo che Nessuno mi guardasse, cercavo la solitudine perfetta, quella vera che può compiersi solo nello sciabordare di gente avanti e indietro nella strada dello shopping, alle sei della sera.

All’improvviso vidi una sconosciuta, la vidi con la coda dell’occhio, Una che passeggiava come me  ma dentro una vetrina, Una col cappotto a quadretti identico al mio.

Solo poi la riconobbi.

Era lì che faceva quello che facevo io, ma dall’altra parte, era me, adesso lo sapevo, era me come mi vedevano gli altri passare per via in un attimo di distrazione, una delle tante in città.

Forse avrei potuto braccarla in un attimo di vitalità, e chiederle come ci si sentiva ad essere me ma dall’esterno.

«Che hai?»

Le chiesi a bruciapelo e mi fermai a guardarla.
«Niente»

Mi rispose con una voce che sentii con le orecchie dall’interno delle mie viscere.

Finché m’illuminai e tutto mi fu improvvisamente chiaro..

"Sono anche io così, quando non penso a me stessa pensante? Dunque per gli altri sono quell'estranea imprigionata nella vetrina".
La cosa mi fece orrore assoluto.

Ferrea Logica che, da sempre, mi distingueva, macinò per me pensieri fino ad insinuarmi, piano piano, sotto pelle l’idea che quella che vedevano gli altri era lei e non me e, forse, altre Centomila ce n’erano in giro, una ogni due pupille che incrociavo a seconda di chi mi vedeva e delle idee che aveva su quel cappotto a quadri azzurro.

Ad ogni modo si trattava di esseri estranei da me, non ero di certo io tutte quelle, non le conoscevano, non sapevo cosa facevano, che pensavano.

Iniziai a tremare, volli subito tornare a casa, sapevo che c’era, sapevo che era lì che ne avevo una nascosta nell’armadio grande.

Volevo studiare lei, per vedere me, la sua estraneità era la mia solitudine.

La trovai, in una gruccia, e la appesi alla parete di fronte al letto.

 

 




Luigi Pirandello - Uno, nessuno, centomila

Libro Primo

IV. Com’io volevo esser solo


Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt'al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l'unico modo d'esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, cosí che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un'incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l'intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l'estraneo siete voi.
Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú levarmi di torno e ch'ero io stesso: estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest'uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po' con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d'essere per me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi; all'angustia o all'ampiezza della mia fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.
Ma ora pensavo:
"E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d'occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c'è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere."
Cosí, seguitando, sprofondai in quest'altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d'un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.
Potei averne la prova nell'impressione dalla quale fui per cosí dire assaltato, allorché, alcuni giorni dopo, camminando e parlando col mio amico Stefano Firbo, mi accadde di sorprendermi all'improvviso in uno specchio per via, di cui non m'ero prima accorto. Non poté durare piú d'un attimo quell'impressione, ché subito seguí quel tale arresto e finí la spontaneità e cominciò lo studio. Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l'impressione d'un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò:
«Che hai?»
«Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch'era insieme ribrezzo, pensavo:
"Era proprio la mia quell'immagine intravista in un lampo? Sono proprio cosí, io, di fuori, quando – vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono quell'estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell'uno lí che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell'estraneo che non posso veder vivere se non cosí, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no."
E mi fissai d'allora in poi in questo proposito disperato: d'andare inseguendo quell'estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell'uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io cosí come gli altri lo vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d'esser io per me. Ma presto l'atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch'io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch'esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando cosí il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.