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Inganni
[…] chi ruba altrui le cose rubate, non è degno di reprensione, ma di laude.
Ludovico Dolce
“Sopravvivranno
ai corpi, al disfarsi segreto dei corpi, oltre i territori
inopportuni delle ombre”: ma davvero
ci credi? Sa di favola. Sa
di inganno – solo un’altra
bugia; perché vanno protetti
i bambini.
Hai posato – tu, vivo –
a tua madre una mano sugli occhi. Tu le hai chiuso – tu,
sopravvissuto
non sai come - la strada
alla luce; e al freddo
dei fiori, dei marmi non hai affidato
un bel niente: pochi stracci – ché smarrito il tepore
del corpo si è nudi – la palude del sangue che in qualche
minuto si aggruma. È oscena
la morte. La morte
che muore con noi, che trascina
perfino se stessa nel seno
del niente: non ha senso, eppure tu speri
che agli infelici rimanga da vivere
ancora. Non basta la vita?
Questo filo
di fumo: tu lo segui, e domani
non sarà che un passaggio di nuvole.
Tutto quello che il mare
circonda; le Terre remote toccate
dalla luce di altre albe, di altri
tramonti; il giro di trottola in cui si esauriscono
gli astri; e indifferenti
da sempre alla sorte
degli uomini le costellazioni – insieme
a noi, giù
fino in fondo all’abisso
del tempo, leggero.
Chi ha varcato
il confine non torna. Il grumo che hai visto
addensarsi – snervata
minaccia di pioggia – è svanito in un soffio
di tramontana, dissolto: presto anche il respiro
smarrirai
che ti regge.
Dopo
la morte niente. È niente la morte: il traguardo
che tagli sudato
in affanno alla fine
di un’ultima corsa. È il caos
che ti vuole. Tu ascoltalo. Ecco, disciogli
in lui la paura, in lui -
senza tempo - ogni vana
speranza: anche l’anima
muore.
Tutto quello
che ti racconteranno dei regni infernali, o del paradiso;
di angeli demoni fuochi
catene – e i premi, le pene
di un aldilà come
prigione: solo una menzogna, parole
vuote, o, peggio, l’orrore,
l’orrore di un sogno.
E ancora tu chiedi – andate
queste nostre stagioni –
dopo - sì, dopo - dove sarai?
Ma lo sai: dove sono le cose
mai nate.
Lucio Anneo Seneca, Troades
Coro Secondo
Verum est an timidos fabula decipit
umbras corporibus vivere conditis,
cum coniunx oculis imposuit manum
supremusque dies solibus obstitit
et tristis cineres urna coercuit?
non prodest animam tradere funeri,
sed restat miseris vivere longius?
an toti morimur nullaque pars manet
nostri, cum profugo spiritus halitu
immixtus nebulis cessit in aera
et nudum tetigit subdita fax latus?
Quidquid sol oriens, quidquid et occidens
novit, caeruleis Oceanus fretis
quidquid bis veniens et fugiens lavat,
aetas Pegaseo corripiet gradu.
quo bis sena volant sidera turbine,
quo cursu properat volvere saecula
astrorum dominus, quo properat modo
obliquis Hecate currere flexibus:
hoc omnes petimus fata nec amplius,
iuratos superis qui tetigit lacus,
usquam est; ut calidis fumus ab ignibus
vanescit, spatium per breve sordidus,
ut nubes, gravidas quas modo vidimus,
arctoi Boreae dissicit impetus :
sic hic, quo regimur, spiritus effluet.
post mortem nihil est ipsaque mors nihil,
velocis spatii meta novissima ;
spem ponant avidi, solliciti metum:
tempus nos avidum devorat et chaos.
mors individua est, noxia corpori
nec parcens animae : Taenara et aspero
regnum sub domino limen et obsidens
custos non facili Cerberus ostio
rumores vacui verbaque inania
et par sollicito fabula somnio.
quaeris quo iaceas post obitum loco ?
quo non nata iacent.
È vero, o è solo una favola / che illude la nostra paura, / è vero che un’ombra rimane / quando il corpo è sepolto, / quando il consorte sugli occhi / ci ha distese le mani / e l’ultimo giorno ha bloccato / la luce di tutti i soli / ed una triste urna / ha rinchiuse le ceneri? / Dunque non serve / abbandonare l’anima alla morte, / ma rimane agli infelici / da vivere ancora? / O forse moriamo del tutto, / e non rimane di noi / più nulla, quando in un soffio / fuggente il nostro respiro / è diventato nube, / si è perduto nell’aria, / e quando la fiamma / ha toccato il cadavere? / Quello che il sole vede / quando nasce e quando tramonta; / quello che il mare bagna / con le onde cerulee / nell’alterno fluire, / sarà afferrato dal tempo / che corre con l’ala di Pegaso. / Come volano in turbine / le dodici costellazioni; / come il signore degli astri / si affretta a volgere i secoli, / come si affretta la luna / nelle sue orbite oblique: / così noi andiamo alla morte. / Chi ha toccato una volta / le acque su cui giurano gli dèi, / non esiste più. Come il fumo / svanisce da un fuoco / (breve macchia nell’aria); / come le nubi / che abbiamo veduto gonfiarsi / si spezzano al vento del nord: / così svanirà / questo soffio che ci fa vivere. / Dopo la morte, nulla; / non è nulla, la morte: / l’ultima mèta d’una corsa rapida. / Chi desidera o teme / non abbia più speranza né paura. / Il tempo ingordo ci divora, e il caos. / La morte è indivisibile; / colpisce il corpo e non risparmia l’anima. / Il Tènaro, il regno sottomesso / al tiranno crudele; / Cerbero che custodisce / la terribile porta, / sono voci soltanto / sono vuote parole, sono favole / simili a un sogno malato. / Chiedi dove sarai / dopo la morte? Là, dove / sono le cose / che non nacquero mai. Sia il testo in lingua originale che la sua traduzione sono tratti da L. Anneo Seneca, Le Troiane, Introduzione, testo traduzione e note a cura di Franco Caviglia, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1981, pp. 145-148 |