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Antonio Ballerini - Lucio Anneo Seneca Stampa

Inganni


[…] chi ruba altrui le cose rubate, non è degno di reprensione, ma di laude.

Ludovico Dolce

 


“Sopravvivranno

ai corpi, al disfarsi segreto dei corpi, oltre i territori

inopportuni delle ombre”: ma davvero

ci credi? Sa di favola. Sa

di inganno – solo un’altra

bugia; perché vanno protetti

i bambini.

Hai posato – tu, vivo –

a tua madre una mano sugli occhi. Tu le hai chiuso – tu,

sopravvissuto

non sai come - la strada

alla luce; e al freddo

dei fiori, dei marmi non hai affidato

un bel niente: pochi stracci – ché smarrito il tepore

del corpo si è nudi – la palude del sangue che in qualche

minuto si aggruma. È oscena

la morte. La morte

che muore con noi, che trascina

perfino se stessa nel seno

del niente: non ha senso, eppure tu speri

che agli infelici rimanga da vivere

ancora. Non basta la vita?

Questo filo

di fumo: tu lo segui, e domani

non sarà che un passaggio di nuvole.

Tutto quello che il mare

circonda; le Terre remote toccate

dalla luce di altre albe, di altri

tramonti; il giro di trottola in cui si esauriscono

gli astri; e indifferenti

da sempre alla sorte

degli uomini le costellazioni – insieme

a noi, giù

fino in fondo all’abisso

del tempo, leggero.

Chi ha varcato

il confine non torna. Il grumo che hai visto

addensarsi – snervata

minaccia di pioggia – è svanito in un soffio

di tramontana, dissolto: presto anche il respiro

smarrirai

che ti regge.

Dopo

la morte niente. È niente la morte: il traguardo

che tagli sudato

in affanno alla fine

di un’ultima corsa. È il caos

che ti vuole. Tu ascoltalo. Ecco, disciogli

in lui la paura, in lui -

senza tempo - ogni vana

speranza: anche l’anima

muore.

Tutto quello

che ti racconteranno dei regni infernali, o del paradiso;

di angeli demoni fuochi

catene – e i premi, le pene

di un aldilà come

prigione: solo una menzogna, parole

vuote, o, peggio, l’orrore,

l’orrore di un sogno.

E ancora tu chiedi – andate

queste nostre stagioni –

dopo - sì, dopo - dove sarai?

Ma lo sai: dove sono le cose

mai nate.

 

 





Lucio Anneo Seneca, Troades

Coro Secondo


Verum est an timidos fabula decipit

umbras corporibus vivere conditis,

cum coniunx oculis imposuit manum

supremusque dies solibus obstitit

et tristis cineres urna coercuit?

non prodest animam tradere funeri,

sed restat miseris vivere longius?

an toti morimur nullaque pars manet

nostri, cum profugo spiritus halitu

immixtus nebulis cessit in aera

et nudum tetigit subdita fax latus?

Quidquid sol oriens, quidquid et occidens

novit, caeruleis Oceanus fretis

quidquid bis veniens et fugiens lavat,

aetas Pegaseo corripiet gradu.

quo bis sena volant sidera turbine,

quo cursu properat volvere saecula

astrorum dominus, quo properat modo

obliquis Hecate currere flexibus:

hoc omnes petimus fata nec amplius,

iuratos superis qui tetigit lacus,

usquam est; ut calidis fumus ab ignibus

vanescit, spatium per breve sordidus,

ut nubes, gravidas quas modo vidimus,

arctoi Boreae dissicit impetus :

sic hic, quo regimur, spiritus effluet.

post mortem nihil est ipsaque mors nihil,

velocis spatii meta novissima ;

spem ponant avidi, solliciti metum:

tempus nos avidum devorat et chaos.

mors individua est, noxia corpori

nec parcens animae : Taenara et aspero

regnum sub domino limen et obsidens

custos non facili Cerberus ostio

rumores vacui verbaque inania

et par sollicito fabula somnio.

quaeris quo iaceas post obitum loco ?

quo non nata iacent.


È vero, o è solo una favola / che illude la nostra paura, / è vero che un’ombra rimane / quando il corpo è sepolto, / quando il consorte sugli occhi / ci ha distese le mani / e l’ultimo giorno ha bloccato / la luce di tutti i soli / ed una triste urna / ha rinchiuse le ceneri? / Dunque non serve / abbandonare l’anima alla morte, / ma rimane agli infelici / da vivere ancora? / O forse moriamo del tutto, / e non rimane di noi / più nulla, quando in un soffio / fuggente il nostro respiro / è diventato nube, / si è perduto nell’aria, / e quando la fiamma / ha toccato il cadavere? / Quello che il sole vede / quando nasce e quando tramonta; / quello che il mare bagna / con le onde cerulee / nell’alterno fluire, / sarà afferrato dal tempo / che corre con l’ala di Pegaso. / Come volano in turbine / le dodici costellazioni; / come il signore degli astri / si affretta a volgere i secoli, / come si affretta la luna / nelle sue orbite oblique: / così noi andiamo alla morte. / Chi ha toccato una volta / le acque su cui giurano gli dèi, / non esiste più. Come il fumo / svanisce da un fuoco / (breve macchia nell’aria); / come le nubi / che abbiamo veduto gonfiarsi / si spezzano al vento del nord: / così svanirà / questo soffio che ci fa vivere. / Dopo la morte, nulla; / non è nulla, la morte: / l’ultima mèta d’una corsa rapida. / Chi desidera o teme / non abbia più speranza né paura. / Il tempo ingordo ci divora, e il caos. / La morte è indivisibile; / colpisce il corpo e non risparmia l’anima. / Il Tènaro, il regno sottomesso / al tiranno crudele; / Cerbero che custodisce / la terribile porta, / sono voci soltanto / sono vuote parole, sono favole / simili a un sogno malato. / Chiedi dove sarai / dopo la morte? Là, dove / sono le cose / che non nacquero mai. Sia il testo in lingua originale che la sua traduzione sono tratti da L. Anneo Seneca, Le Troiane, Introduzione, testo traduzione e note a cura di Franco Caviglia, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1981, pp. 145-148