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Un grido spezzò quell’innaturale silenzio. Per un attimo tutti videro solo il sangue, poi altri si accorsero di Bruto che reggeva alto il pugnale. Se ne stava ritto in piedi, immobile, a guardare il corpo di Cesare macchiato di sangue. La scena era inequivocabile ma la sua arma era pulita. A quel punto era ovvio a tutti che Bruto non poteva essere l’assassino di Cesare.
La mano dell’uccisore si era ormai persa tra la folla. Bruto non aveva ucciso Cesare di suo pugno ma per sua stessa ammissione il suo cuore era con i sicari. Il popolo attonito sembrava non capire. Ribolliva, smanioso di vendicare il tiranno, tanto da non accorgersi che proprio grazie alla morte di Cesare Roma ritornava libera.
Cesare era difatti un tiranno; come tiranno parlava e come tiranno si comportava. Durante le Lupercali si finse perfino schivo ad accettare la corona, la stessa con cui Antonio gli cinse ben tre volte la testa! Cesare sapeva bene che ciò non piaceva ai romani e sapeva anche bene che se voleva diventare re doveva farlo con la forza; così approfittò della guerra contro i Parti, certo di tornare da re, a mano armata, facendo pagare cara quella corona che gli era stata negata. E tutto quell’oro e i banchetti? Erano soltanto vuote lusinghe per far sì che i romani divenissero i suoi servi.
Bruto aveva capito che per Roma non c’era più salvezza; e l’unica maniera per liberarla era il sacrificio. In quell’istante, di fronte al popolo, Bruto si aprì la camicia e offrì il proprio petto agli oppositori. La punta della spada poggiava già sul suo cuore. Non se la sentiva più di vivere; riteneva giusta la sua esecuzione, poiché era colpevole, e lo urlò ad alta voce. Qualcuno tra quegli uomini comprese il suo gesto e qualcun altro pensò addirittura che quelle parole gli fossero ispirate dal cielo!
Bruto abbassava lo sguardo. Si imbrunì nel volto e serrò ancor più forte i pugni. Un gelo terribile lo percorse, poi riprese a parlare, lasciando il popolo senza fiato. Nessuno poteva credere alle sue parole. No, Bruto non era figlio di Cesare! Eppure Bruto convinse il popolo. Raccontò di Cesare e del suo desiderio di lasciargli Roma un giorno; e di come bramava di svelare al proprio figlio le sue mire inique. Ammise di aver pianto e di aver tentato ogni strada possibile per convincerlo, parlandogli prima da figlio e poi da cittadino. Tutto fu vano, poiché Cesare aveva un cuore da tiranno. E un uomo così può volere solo due cose: regnare o morire.
In preda ad emozioni contrastanti, Bruto sapeva di dover usare quegli ultimi momenti di vita per accertarsi che la sua patria rinascesse sicura e libera. Poi si sarebbe ucciso, come aveva già promesso, sulla tomba di suo padre.
Di fronte a tanta virtù il popolo si strinse in un triste coro. Si trattava forse di stupore, di terrore o forse di pietà? Fatto sta che quella notte le parole di Bruto brillarono come fiammelle illuminando la mesta processione che si dirigeva al Campidoglio. Bruna e scura la notte cala col suo freddo sipario sulle orme di un uomo virtuoso. Roma è salva. Si tolga la sacra rocca ai traditori, a morte si vada o a libertà, a morte con Bruto a morte, o a libertà si vada.
Vittorio Alfieri, Bruto secondo
Atto Quinto, Scena Terza
Popolo, Bruto, Cesare morto
Popolo Che fu? Quai grida udimmo?
Qual sangue è questo? Oh! Col pugnale in alto
Bruto immobile sta?
Bruto Popol di Marte,
(se ancora il sei) là, là rivolgi or gli occhi:
mira chi appiè del gran Pompeo sen giace…
Popolo Cesare? Oh vista! Ei nel suo sangue immerso?
Oh rabbia!
Bruto Sì; nel proprio sangue immerso
Cesare giace: ed io, benché non tinto
di sangue in man voi mi vediate il ferro,
io pur cogli altri, io pur, Cesare uccisi…
Popolo Ah traditor! Tu pur morrai!
Bruto Già volta
sta dell’acciaro al petto mio la punta:
morire io vo’: ma, mi ascoltate pria.
Popolo Si uccida pria chi Cesare trafisse!
Bruto Altro uccisore invan cercate: or tutti
dispersi già fra l’ondeggiante folla,
i feritor spariro: invan cercate
altro uccisor, che Bruto. Ove feroci
a vendicar il dittator qui tratti
v’abbia il furore, alla vendetta vostra
basti il capo di Bruto. Ma se in mente,
se in cor pur anco a voi risuona il nome
di vera e sacra libertade, il petto
a piena gioja aprite: è spento al fine,
è spento là, di Roma il re.
Popolo Che parli?
Bruto Di Roma il re, sì, vel confermo, e il giuro:
era ei ben re: tal qual parlava; e tale
mostrossi ei già ne’ Lupercali a voi,
quel dì che aver la ria corona a schivo
fingendo, al crin pur cinger la si fea
ben tre volte da Antonio. A voi non piacque
la tresca infame; e a certa prova ei chiaro
vide, che re mai non saria, che a forza.
Quindi a guerra novella, or, mentre esausta
d’uomini, e d’armi, e di tesoro è Roma,
irne in campo ei volea; certo egli quindi
di re tornarne a mano armata, e farvi
caro costare il mal negato serto.
L’oro, i banchetti, le lusinghe, i giuochi,
per far voi servi, ei profondea: ma indarno
l’empio il tentò; Romani voi, la vostra
libertà non vendete: e ancor per essa
presti a morir tutti vi veggo: e il sono
io, quanto voi. Libera è Roma; in punto
Bruto morrebbe. Or via, svenate dunque
chi libertà, virtù vi rende, e vita;
per vendicare il vostro re, svenate
Bruto voi dunque: eccovi ignudo il petto…
Chi non vuol essere libero, me uccida –
Ma, chi uccidermi niega, ormai seguirmi
debbe, ed a forza terminar la impresa.
Popolo Qual dir fia questo? Un Dio lo inspira…
Bruto Ah! Veggo
a poco a poco ritornar Romani
i già servi di Cesare. Or, se Bruto
roman sia anch’egli, udite. – Havvi tra voi
chi pur pensato abbia finora mai
ciò, ch’ora io sto con giuramento espresso
per disvelare a voi? – Vero mio padre
Cesare m’era…
Popolo Oh ciel! Che mai ci narri?
Bruto Figlio a Cesare nasco; io ‘l giuro; ei stesso
jer l’arcano svelavami; ed in pegno
di amor paterno, ei mi volea, (vel giuro)
voleva un dì, quasi tranquillo e pieno
proprio retaggio suo, Roma lasciarmi.
Popolo Oh ria baldanza!
Bruto E le sue mire inique
tutte a me quindi ei discoprire ardiva…
Popolo Dunque (ah pur troppo!) ei disegnava al fine
vero tiranno appalesarsi…
Bruto Io piansi,
pregai, qual figlio; e in un, qual cittadino,
lo scongiurai di abbandonar l’infame
non romano disegno; ah! Che non feci,
per cangiarlo da re? Chiesta per anco
gli ho in don la morte; che da lui più cara
che il non suo regno m’era: indarno il tutto:
nel tirannico petto ei fermo avea,
o il regnare, o il morire. Il cenno allora
di trucidarlo io dava; io stesso il dava
a pochi forti: ma in alto frattanto
sospeso stava il tremante mio braccio…
Popolo Oh virtù prisca! Oh vero Bruto!
Bruto È spento
di Roma il re; grazie agli Iddii sen renda…
Ma ucciso ha Bruto il proprio padre; ei merta
da voi la morte… E viver volli io forse?
Per brevi istanti, io deggio ancor; finch’io
con voi m’adopro a far secura appieno
la rinascente comun patria nostra:
di cittadin liberatore, il forte
alto dover, compier si spetta a Bruto;
ei vive a ciò: ma immolar sé stesso,
di propria man su la paterna tomba,
si aspetta all’empio parricida figlio
del gran Cesare poscia.
Popolo Oh fero evento!
Stupor, terror, pietade; oh! quanti a un tempo
moti proviamo? Oh vista! In pianto anch’egli,
tra il suo furor, Bruto si stempra?
Bruto Io piango, Romani, sì; Cesare estinto io piango.
Sublimi doti, uniche al mondo; un’alma,
cui non fu mai l’egual, Cesare avea:
cor vile ha in petto chi nol piange estinto.
Ma chi ardisce bramarlo ormai pur vivo,
roman non è.
Popolo Fiamma è il tuo dire, o Bruto…
Bruto Fiamma sian le opre vostre; alta è l’impresa;
degna è di noi: seguitemi; si renda
piena ed eterna or libertade a Roma.
Popolo Per Roma, ah! sì; sull’orme tue siam presti a tutto, sì…
Bruto Via dunque, andiam noi ratti
al Campidoglio; andiamo; il seggio è quello
di libertade, sacro in man lasciarlo
dei traditor vorreste?
Popolo Andiam: si tolga la sacra rocca ai traditori.
Bruto A morte, a morte andiamo, o a libertade.
Popolo A morte, con Bruto a morte, o a libertà si vada.
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