Caterina Caravaggi Stampa

L’ispettore Walker entrò nel camerone sotterraneo del cascinale, dove tutto era successo. I tecnici della scientifica erano stati attenti a non spostare niente, solo avevano acceso le luci, per cui la scena gli si presentò in tutta la sua brutalità. Le brande erano allineate lungo le pareti della stanza, al centro della quale sei sacchi a pelo erano stesi sul pavimento. Qualche piuma dell’imbottitura di uno di essi svolazzava per la stanza, mentre altre erano rimaste incollate alle assi del parquet, là dove le pozze di sangue si erano allargate. Il cadavere di una donna con il cranio fracassato era in un angolo, accanto a una branda. Lungo la parete opposta, il corpo di un vecchio era rannicchiato su un materasso, in posizione fetale e con le mani raccolte davanti alla bocca, come se la morte avesse voluto ricongiungere nella stessa immagine i due capi del filo che tiene in vista gli uomini. Nell’angolo più lontano, addossati gli uni agli altri, con il terrore ancora dipinto sui volti, un gruppo di donne e bambini cercava conforto negli abbracci e nelle lacrime. Un uomo con una lunga tonaca bianca e uno strano medaglione al collo era seduto poco più in là, con le manette ai polsi, controllato a vista da due agenti. Un giovane stava rispondendo alle domande del tenente Bolton, mescolando lacrime e parole.

Walker si avvicinò e sentì raccontare di una cena al piano di sopra e del black-out che aveva mandato tutti a dormire prima del tempo. Sentì il giovane che ricordava dei colpi di tosse che rimbombavano nel buio e nel silenzio, e un urlo improvviso, udito nello stesso istante in cui sul proprio viso si era posata una mano gelida di donna. Poi latrati, grida e lamenti e due colpi secchi; come il suono che fa la legna quando scoppia nel camino. Il bastone era ancora lì, accanto al cadavere del cane, in una scura pozza di sangue.