Marco Manicardi Stampa

Mangiammo come maiali, io, Gianni detto “Il Frate” e Andrea “il vecchio”.

Le femmine preparavano la roba sul tavolino, acciaccate sui due grandi divani color paglia. Ci coricammo con loro, quasi al buio, ché l’unica lampadina dell’abituro s’era fulminata. Stavamo stesi sul divano da cinque minuti, strafatti, il vecchio con una tosse da cavallo, quando il Frate mi grida ch’è ora e si prende una femmina accanto. Contemporaneamente abbraccio l’altra, ma mi respinge. Il Frate si dibatte sulla sua femmina e lei comincia a gridare, faccio per alzarmi, ma il cane mi salta alla gola e per paura mi ributto sul divano. Il Frate grida, eccitato, bestemmia, il cane abbaia a tutto spiano, il vecchio tossisce ancora; è un vero pandemonio. Finalmente Gianni, con le braghe calate, estrae un grosso coltello e comincia a menare colpi a dritta e a manca. La sua femmina lancia un urlo: «Ah! Dio mio!» Il Frate risponde: «Questa è sistemata». Così tornò la calma: il cane, zittito, non abbaiava più; il vecchio, che era rimasto a guardare e a pippare, non tossiva più: la mia femmina, giuro, pareva morta, anche quando la sbattemmo nel bagagliaio;  i vicini dormivano beati, al Circeo. Rimanemmo tranquilli per il resto della notte.

Angelo Izzo, da Memorie scritte da me medesimo