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Mangiammo tutti di buon appetito in tranquilla atmosfera, un manciata di moscerini lessati a puntino, poi le effimere ci prepararono due grandi nidi di foglie e terra smossa e ci coricammo al buio, perché l’unica lucciola esistente in quel triste abituro era anch’essa imprudentemente finita nelle nostre fauci.
Eravamo stesi sulla terra da appena cinque minuti quando Necroforo mi grida che una mantide è andata a sdraiarsi accanto a lui, e contemporaneamente sento l’altra che mi abbraccia. Io la respingo, Necroforo si dibatte; la mia spudorata insiste, faccio per alzarmi in volo ma lei mi salta addosso e per paura sono costretto a rimettermi buono buono steso sulle foglie; ma la mia corazza è lacera su un lato; Necroforo intanto grida, bestemmia, si divincola come può, la mantide soffia e stride volgendo a destra e a manca lo sguardo perfido e voluttuoso; una vecchia cavalletta, svegliata dal trambusto, inizia a tossire spasmodicamente come un cavallo; è un vero pandemonio!
Finalmente Necroforo, per sua fortuna protetto dal puzzo di sterco delle sue palle, si sottrae alle carezze della mantide e la colpisce dritto dritto sugli occhi con lo sterco. Una delle due caccia un grido: “Ahi! Mio Dio”. Necroforo risponde: “Hai poco da invocarlo, così religiosa come non sei!” e la sistema definitivamente.
Così, torno la calma dopo la paura, nell’angolo sperduto di radura; la mantide, senza dubbio colpita dallo sterco, non soffiava e strideva più; la vecchia cavalletta, una zampa rotta nel trambusto, si era finalmente zittita; le effimere, coi loro piccoli, temendo le palle di Necroforo, si tenevano prudentemente alla larga.
Rimanemmo tranquilli, seppur feriti e traumatizzati, per il resto della notte. |