Maria Zizza Stampa

Prima di portarci nella nostra stanza l’oste ci offrì del vino mentre la donna ci preparava un letto. Quando ci coricammo era buio perché l’unico mozzicone di candela esistente in quel triste abituro si era spento e anche se c’era la luna, la sua luce era oscurata dalle nuvole che regalavano acqua da diverse ore. Eravamo stesi sul letto da appena cinque minuti quando sento il monaco accanto a me gridare e contemporaneamente un braccio metallico che mi stringe. Cerco di respingerlo, di allontanarlo, quella latta mi toglie la carne dal polso mentre caccio un urlo dal dolore. Sento il monaco che prova ad aprire la porta ma non ci riesce: ci hanno chiusi dentro. Riesco a respingere quel braccio dal mio corpo e mi infilo sotto il letto mentre da quell’ammasso di ferro sento pronunciare il mio nome. Il frate bestemmia mentre sento quel ferro che mi cerca. Il monaco urla a tutto spiano mentre il rumore metallico: giacomooo giacomo! Il monaco riesce ad agguantare il bastone usato per chiudere la finestra e comincia menar colpi a dritta e a manca mentre la latta continua: giacomooo! giacomo!

Uno dei colpi colpisce anche me. Dopo cerco di tornare alla calma, improvvisamente la stanza era tornata quella di prima. La panca, il letto e l’armatura al suo posto. Così anche il frate. Possibile che l’oste non avesse sentito nulla? Provai a controllare la porta: era aperta. Sentivo ancora il suono del mio nome o era solo la paura che faceva risuonare nella mia testa quelle sillabe? Rimanei sveglio tutta la notte.