Lucia Lucchini Stampa

Difficile a credere quanto, una persona apparentemente normale, solo da uno sguardo, da un gesto, da una risata, si possa svelare...un mostro.

È questo che pensava il povero Jean, vedendo la sua amata, Gilda Les Proux, figlia del dottor Les Proux.

La osservava ormai da tre settimane, da quando lei si era unita alla sua classe.

Era una ragazza d’inestimabile bellezza; ormai Jean sapeva tutto di lei...o almeno così pensava.

Conosceva ormai troppo bene i suoi occhi azzurri, dolci ad un primo impatto, intensi quando si soffermava a fissare qualcosa, soli e desolati quando camminava per i corridoi.

Conosceva la sua voce, il suo modo di accentuare parole indifferenti, rendendole cariche di qualcosa che ne accentuasse il significato, rendendole uniche.

Il suo tono era leggero come un soffio di vento, ma allo stesso tempo caldo e piacevole.

Conosceva la sua risata, sonora e contagiosa; le rivedeva mentre spostava quegli ondulati capelli biondi che, mossi da una frizzante brezza settembrina, oscillavano graziosamente.

Di giorno la cercava, di notte la sognava; non poteva non pensare a lei; i suoi occhi allora divennero rossi, come il fuoco o forse di più, sì, come il sangue. Le sue mani tremavano, il suo corpo diventava sempre più grande, la sua bocca portatrice di così tanta bellezza e innocenza, ora emetteva strazianti gemiti, trattenuti quasi dagli aguzzi denti; poi l’urlo finale, l’ululato, inconfondibile.

Quella sera l’immagine che portò via con sé, non fu piacevole, fu di terrore. Voleva gridare, urlare contro il cielo e contro quelle tacite stelle che, poche ore prima, gli avevano mostrato il suo vero amore...un mostro. Un brivido gli corse fra le membra stanche.

Stanco di pensare, di capire, di sognare, si addormentò con quell’immagine di terrore che ancora bruciava.