Elia Zenoni Stampa

Quando Tonio entrò nel pub non ci volle molto perché fosse notato. D’altronde, come tutti i santi giovedì, si aspettavano comparisse da dietro la porta a vetri del locale. Una mano si alzò da un tavolo sulla sinistra e cominciò a sventolare attirando la sua attenzione. Tonio li raggiunse e si sedette con loro.

“Hey Tony” fece Helm facendogli cenno di avvicinarsi al suo viso. “Guarda un po’ che bel regalino ci ha portato la provvidenza oggi” e accennò con gli occhi al tavolo diametralmente opposto al loro. I ragazzi ridacchiarono e lanciarono tutti rapide occhiate in quella direzione; così fece anche Tonio. Nell’altro tavolo sedevano un gruppo di ragazze squittenti che ricambiarono con malizia le occhiate ricevute. Tonio distolse lo sguardo per primo e sbuffò profondamente nella panca. Gli altri non gli fecero troppo caso. Dopo qualche istante però, forse più per noia che per interesse, Tonio tornò a gettare qualche occhiata imbarazzata in quella direzione. Le ragazze sedevano in cerchio e discorrevano animatamente. Tonio le conosceva quasi tutte di vista, e alcune addirittura di nome. C’era Hilde la figlia del professore di storia, Sarah la sorella del prestinaio, Kate la studentessa inglese e...

“Come si chiama la ragazza bionda, quella accanto a Sarah?” chiese al suo vicino.
“Ah, quella è Inge, l’avrai vista mille volte. È la figlia del dottor Holme, abita in piazza del mercato, vicino a Otto”.

Tonio non rispose. È vero, l’aveva vista mille volte: quando accompagnava sua nonna dal dottor Holm, capitava spesso che si trovassero da soli nella sala d’attesa, lui che davvero attendeva, lei che leggeva oppure studiava qualcosa. Ma gli sembrò questa come la prima ed unica volta in cui l’avesse notata. Vide come discorreva con le amiche, il suo sorriso graffiante e i suoi gesti inconsci delle sue mani nel vivo della discussione. Affinando l’udito riuscì ad isolare a tratti anche la sua voce, potendo udire distintamente le battute finali della sua arringa: “Oh, grazie, grazie mille, gli ho detto io, grazie davvero!”. In esse fu particolarmente colpito da come egli accentuava in un certo modo la parola ‘grazie’, con una dolce intonazione della voce; e il suo cuore fu conquistato come non mai prima di allora. Dopo quella sera portò via con sé l’immagine di lei, le sue smorfie ad increspare il naso soffiato di lentiggini. E camminando sulla strada umida e muta che lo riportava a casa, a farlo rabbrividire non fu che l’aria gelida dell’inverno (poiché egli in verità dentro di sé avvampava), ma quell’insignificante “grazie” ripetuto nella sua testa, alla ricerca di un tutt’altro che insignificante suono.