Matteo Ferrari Stampa

La verde Grobeg, nata da una gemma di un’antica magnolia, si ergeva ai bordi di uno stagno, al centro del parco cittadino. Fu lei che il giovane tiglio Oinot amò quando aveva 160 anni.

Come accadde? Erano decenni che la vedeva dall’altra parte dell’acquitrino, una primavera, però, alla luce soffusa di un’alba brumosa, notò come dischiudeva i primi fiori, bianchissimi e come suonavano le sue foglie sferzate dal vento mattutino. C’erano acacie con foglie più ricercate, querce più maestose ma niente era riuscito a incidergli così profondamente la corteccia come il candore dei suoi fiori.

All’arrivo dell’autunno, Oinot non riusciva a entrare nel consueto letargo vegetale, il bianco dei petali e le forme perfette delle pigne erano rimasti con lui per tutta l’estate e non riusciva a liberarsene.

Udiva ancora il suono delle sue foglie e tentava di imitarlo con le sue fronde ad ogni soffio di maestrale, fremendo nel tentativo.