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Avevo appena festeggiato il mio dodici - miliardesimo compleanno ma dentro di me - inutile negarlo - mi sentivo ancora una Luna giovincella. In fondo tutti lo sanno, a rifletter luce, si campa a lungo.
Avevo anche già soffiato, come d’abitudine, su milioni di stelline, mangiandomi una fetta di galassia, quando mi accorsi di lui. Uno scuro essere, figlio di chissà quale scuro marziano, abitante di chissà quale angolo sperduto e pericoloso della via Lattea.
Non appena lo vidi, nonostante la mia non più tenera età, me ne innamorai.
Come accadde? E come posso dirlo! Era la prima volta che lo vedevo! In quegli anni luce però lo vidi abbastanza bene grazie al flash di una supernova. E vidi come, dopo esser sceso giù da una strana zanzara metallica, si aggiustava un goffo cappello con la visiera nerissima e portandosi la mano alla nuca, pareva quasi che gli dolesse il capo (chi viene da queste parti soffre di jet - log).
E poi mi svelò una mano - una mano deformata con dita acriliche ed argentate e scivolando tra i miei capelli, iniziai a sentire come accentuava i suoi polpastrelli anormali, raccogliendo la polvere della mia forfora.
D’un tratto venne fuori anche la sua voce, roca, come di una stella con la rinotracheite e fu allora che mi salì sulla pelle una meraviglia di gran lunga superiore a quando mi venne quasi addosso una cagnetta di nome Laika.
Poi quell’anno luce quella strana creatura scomparve, portandosi con sé le orme di quei ridicoli pantaloni e il suo sederone sintetico. Da quella visita non riesco più ad addormentarmi e sovente mi ritorna tra i satelliti l’eco della sua raucedine.
Quando la sento, lo ammetto, rabbrividisco. E comincio a piangere. E non so se è per amore o è allergia a quello strano pezzo di stoffa a stelle e strisce che mi ha attaccato ad una narice. |