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Il nono giorno di navigazione li colse al largo delle coste frastagliate del Sud.
L’acqua battuta dalle raffiche era vaporizzata in una muraglia di spruzzi attorno allo scalo. I marinai eseguivano gli ordini urlati sotto le vele tese che sovrastavano la coperta come gigantesche nubi squadrate.
Nulla della tensione di bordo penetrava nella cabina, dove l’atmosfera di quiete era ovattata da scricchiolii di legno e bisbigli.
Il capitano e l’ufficiale cadetto si giuravano affetto, ma lo sguardo marinaio del più giovane era velato di tristezza. Mentre il comandante non smetteva di esplorare con le labbra il collo del compagno, il giovane socchiudeva gli occhi domandando una parola d’amore. La voce matura scorreva sulla pelle ambrata ancora vergine delle tempeste della vita e scivolava oltre. Attraverso le finestre di poppa, verso la spuma della scia bianca puntata all’orizzonte plumbeo dove mare e cielo si fondevano. La cabina, pur la più confortevole del brigantino, era bassa e li obbligava a stare chinati. Le spade appese alla parete in legno sopra la cuccetta erano sfiorate dal braccio teso accarezzato dalla mano del compagno, diffondendo con la lama l’unico bagliore metallico nel colore tabacco degli interni. Il contatto delle spalle nel piccolo giaciglio li accumunava in un guscio di intimità battuto da salsedine e colpi d’onda.
Da quel giorno, al cambio della guardia, l’incontro divenne abitudine. E se non potevano restare soli, si scambiavano pagine di diario o note di musica, un’altra delle passioni che li accomunava. Un mattino insonne, uno dei tanti del vecchio lupo di mare, il crepuscolo colse l’anziano solo davanti all’orizzonte. Fissandolo nel silenzio della bonaccia, i passi alle sue spalle avvicinavano il suo amato al suono del cuoio sul ponte. Nell’embrione del nuovo giorno, con tutta la ciurma nel sonno della sottocoperta, non era difficile sognare che quello sguardo infinito oltre la balaustra fosse unicamente loro.
Solo per pochi minuti, un’ora o l’eternità. |