Federico Niola Stampa

Nei giorni che seguirono venne loro accordata dalla sorte un’inaspettata tranquillità. Quella che, in contrasto aperto alle afflizioni, trova albergo nei cuori resi impavidi dall’amore. «Dimmi soltanto che mi ami, Rodolphe». Ma egli non rispondeva. La traeva a sé e la baciava, ripetutamente. «Ripeti il mio nome, te ne prego Rodolphe, e parlami del tuo amore».

Fuori la capanna, la fitta foresta chiudeva sopra il tetto un manto scuro di foglie fruscianti. La vita notturna rumoreggiava.

«Il diavolo ha dimora nei boschi» tremò Emma

«Il diavolo è piuttosto ospite dei palazzi. E a pancia piena si affaccia sul mondo dai veroni. E ride»

«Non parlare così. Pronuncia il mio nome, mio disperato amore. Oh, ci troveranno, Rodolphe»

«Non succederà. Ma si fa giorno, ti lascio dolce amore mio»

«Consegnati a loro. Ti troveranno e ti impiccheranno»

«Voglio incontrare la promessa di un potente solo da morto» replicò Rodolphe asciugandole la tristezza che le socchiudeva gli occhi e le solcava il viso «Non succederà. Mi rivedrai».

Da quel giorno si scrissero ogni sera. Di giorno gli strilloni sferzavano la città preconizzando l’imminente vittoria, di notte l’amore scambiava parole clandestine e venne il giorno in cui Emma uscì molto presto nel grigio umido del mattino. In tasca una lettera per Rodolphe: «…se un infinitesimo delle parole che hai scritto per la libertà, e che la stessa libertà ti sono costate, tu potessi scriverle a me...» ma si arrestò davanti alla facciata di un palazzo e, accasciandosi in un dolore muto, lesse il manifesto: la libertà è ripristinata, i nemici della società aperta sono vinti. Esecuzione in piazza del mercato. Il popolo è invitato.