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Anche durante la giornata seguente Jessica Crown, avvocata dell’industria “Cock’s Cromb” si incontrò con il giornalista del New Yorker.
La segretezza era d’obbligo. Lei gli raccontò, tra ansie e paura, gli intrighi della corporazione:
i fondi rubati, la copertura del traffico di denaro, le minacce, mentre John la interrompeva continuamente con le sue domande, di cui annotava minuziosamente le risposte sul suo taccuino ocra.
Prima di andarsene, lei lo fissò dritto negli occhi, raccomandandogli la massima segretezza, e lui ripetè come ogni volta, vinto dall’emozione di un articolo superlativo, che: sì, non l’avrebbe saputo nessuno.
Alla fine ne andava della loro vita.
Erano due cavalieri, perduti in una selva di grigi palazzi e dilagante corruzione, che si nascondevano in un piccolo bar sconosciuto pur di evitare che il drago li sbranasse.
Mancava l’impianto di riscaldamento, i muri erano scrostati, l’acqua gocciolava dal soffitto, ma entrava sapendo che in altri posti sarebbero stati riconosciuti subito: la segretezza richiede anche una certa dose di fatica.
Si sedevano sempre molto vicini, spalla contro spalla, in cerca di una riservatezza adeguata alla loro posizione e al loro compito.
Dal primo giorno avevano iniziato a scambiarsi messaggi e documenti: lei li nascondeva sotto il bancone del bar, grazie al permesso del proprietario, dove John li andava a prendere per nasconderci i suoi, di lui lei lamentava la difficile lettura.
Un pomeriggio Jessica, accorgendosi che il signor Torrelli, suo capo, era uscito con la Lamborghini si precipitò con le ultime notizie e le prove dei traffici illeciti dell’organizzazione nel piccolo bar del centro: voleva vedere John, e subito.
Non era difficile raggiungere il centro di New York, rimanerci un’ora e rientrare, tre fermate di metrò dopo, alla “Cock’s Cromb” senza che nessuno notasse la sua assenza. |