|
Sono americano, nato e cresciuto ad Hartford, yankee fino al midollo, uomo pratico e senza peli sulla lingua. Ah, dimenticavo, sono un incompreso.
Mio padre era fabbro ferraio ma io sono allergico al ferro; mio zio veterinario di cavalli: indovinate quale specie animale mi causa drammatiche e disgustose eruzioni cutanee?
Insomma provai entrambe le professioni ma con scarso successo. Ero quasi giunto alla conclusione di non essere adatto al lavoro fisico quando fui assunto in una grande fabbrica di armi. Presi ben presto confidenza non solo con fucili ma anche con quelle belle macchine a vapore che fanno risparmiare tanta fatica. Fu un colpo di fulmine!
Certo la mia famiglia non poteva comprendere il potere seduttivo degli oggetti di morte, macchine che tolgono la vita, ma io ero profondamente affascinato dalle pistole, dai fucili, dai cannoni, da ogni più piccolo congegno che avesse il potere di sotterrare la scintilla vitale in un modo così semplice che anche un bambino ne sarebbe stato capace, e senza sforzo alcuno!
Dopo qualche anno ero sovrintendente capo, inutile dirlo. Mi divertivo a stuzzicare i lavoratori, a sfidarli a tirare meglio di me. Nelle pause dal lavoro mostravo loro i congegni di morte che avevo raccolto e presto anche loro iniziarono a portarne da mostrare a me.
C’era un uomo in particolare, un vero tanghero, che possedeva i fucili più belli che avessi mai visto. Avrei potuto trascorrere giorni a toccarli, seguendo con le dita ogni più piccolo solco nel calcio di legno. Eppure quest’uomo non si rendeva conto della propria incredibile fortuna, di quali delizie possedeva. Quelle armi erano corrose dalla ruggine, ammaccate, i calci scheggiati. Un giorno lo vidi gettare in terra un Winchester assolutamente perfetto perché per la sua pessima mira aveva mancato il bersaglio.
Incapace di trattenermi mi lanciai a terra cercando di proteggerlo, perché le sue linee armoniose non venissero profanate dal vile selciato. Ma esso rimbalzando fece partire un colpo che penetrò a fondo nella mia testa. Mentre la vita, assieme al tessuto cerebrale, lasciava il mio corpo ero ammirato dalla precisione chirurgica e dalla letale rapidità dell’arma che mi aveva colpito.
Ucciso per amore...ve l’ho detto che sono un incompreso?
|