Stefania Portaccio Stampa

LE CONSEGUENZE DEL FATTO

Sono meridionale, nata e cresciuta a Lucugnano, un paesino nel tacco d’Italia. Più meridionale di così non si può, molte parole e pochi fatti. Come tutti in famiglia. Mio padre, ad esempio, era avvocato a parole. Nei fatti non faceva niente. Mia zia tramava contro il resto della famiglia e del paese. Nel suo caso alle parole seguivano a volte dei fatti. Io ero un po’ come mio padre, innocuo, un po’ come mia zia, perniciosa.

Credetemi, potevo essere come mi pareva. I soldi non mancavano e su di me non ci si perdeva a fare progetti. Mi sarei sposata -con un ricco secondo il volere di mio papà- con uno potente e furbo se fossi stata capace di seguire gli insegnamenti che la zia m’impartiva svogliatamente. Sentiva ch’erano inutili perché a me piacevano cose inutili.

Ero ombrosa. Mi sottraevo alla mia parte in società ma poi andavo in bicicletta con i ragazzi del paese e facevo sparlare. Con loro mi divertivo. Li avevo tutti ai miei piedi, perché avevo letto i libri e con le parole li frastornavo e abbindolavo. Finché uno di loro, Luciano, fece il fatto. Il fatto fu molto strano e bello, e mi lasciò senza parole. Luciano invece le trovò, lui ch’era stato sempre muto, e lo raccontò a tutti.

Mia zia voleva mandarmi lontano per sempre. Mio padre invece non sopportava l’esistenza del fatto e, inusitatamente, passò all’azione. Mi portò nel luogo dell’accaduto e mi saprò un colpo alla testa.