Vincenza Tritta Stampa

Fui italiano, nato non ricordo dove, forse vicino al confine orientale, cresciuto tra Pavia e Milano sicuramente.

Sono stato figlio di mamma e papà, fui anche scout, un po’ prete ed ingegnere e a mia volta padre di famiglia e mi destreggiai fra l’accudimento del mio unico affezionatissimo figlio ed i progetti d’ingegneria avveniristica.

Nel mio campo fui davvero competente: ero fatto per quel mestiere.

Consumai anche ettolitri di benzina per spostarmi tra casa, scuola ed ufficio, percorrendo chilometri in una città attanagliata dal rumore incessante del traffico.

Ci si aspetterebbe che un tipo come me fosse combattivo, ma io non lo fui; il fato mi diede parenti dotati di grinta e spirito pratico, proprio quello che io no avevo e che mi sostennero finché poterono.

Fui – forse – fin troppo arrendevole!!

Senonché una volta, non molti giorni fa, collaborai con la famiglia, per la riorganizzazione dello spazio vitale o più banalmente per riporre gli indumenti estivi per il cambio di stagione.

Non aspettai. Volli fare tutto da solo: precipitai dalla scala, come un fruscio d’ali, battei la testa: il mondo scomparve nel buio ed io non sentii né capii più niente, me ne andai così, senza neanche una parola.

Passati tre giorni non resuscitai, ma i dottori staccarono le macchine d’ufficio, senza bisogno di autorizzazioni, dopo tre elettroencefalogrammi piatti con scansione di tre ore uno dall’altro, come da protocollo.

Ebbi la mia omelia funebre fatta da un prete che parlò di me come se mi avesse conosciuto.

Ora riposo alle porte del Monumentale e dire che in un primo momento sembrava che non ci fosse un loculo per me.

Adesso sono in pace, sono entrato in un’altra dimensione, la dimensione dell’Amore con la “A” maiuscola e contemplo l’Universo.