Luisa Paola Bassu Stampa

L'unica cosa che rimane da fare dopo una botta in testa è scrivere lettere.
Fabbrica d'armi, la stessa dove lavoravi tu, tenerne la contabilità, cosa che tu disprezzi.
L'unico tuo motivo e il "signor bisogni no", la crisi, altrimenti saresti restato a fare il veterinario di cavalli, laggiù, nel Connecticut anziché venire qui, a fabbricare revolver.
Io ero una persona pratica, sai?
Definita in assi cartesiani, di me sapevo i dati d'entrata e d'uscita, la reazione che corrispondeva a un'azione.
Finché non entrasti nel mio studio, tu, uno dei duemila braccianti alle mie dipendenze con l'aria da tanghero, perfino, e avevi spalle larghe e stivali da fantino, venisti a protestare perché pretendevi di continuare a portarli, quegli stivali, in una fabbrica d'armi, discutemmo, mi chiamasti petulante, mi baciasti per dispetto.
"Datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo" ed ecco, il mio era scomparso tutto in quel momento e da quell'istante neanche mi avessi scoperchiata con una leva di ferro solo per il gusto di vedere cosa c'era dentro.
Più che una botta, un autotreno in testa, non più certezze e stivali da fantino a passeggio sul cervello molle.
Ratio vincit omnia, e ci credevo fermamente fino a stamattina fino alla botta in testa, io non capisco più nulla ma sento, eccome, sveglia?
Può darsi, adesso.
Fuori dal liquido amniotico della certezza quotidiana, con occhi attenti e vigili, non più una persona pratica, lo ero, sai?
Le carte e i numeri da sistemare si accumulano mentre scrivo delle lettere a stivali da fantino.