|
Sono americano, nato e cresciuto nel Connecticut. A venticinque anni ho deciso di partire per New York, portandomi dietro le uniche cose che avevo ricevuto: il carattere duro e i modi bruschi di mio padre, fabbro ferraio fino al midollo, e l’abitudine di trattare tutti come animali di mio zio,
veterinario e macellaio dei nostri cavalli. Avevo sempre aiutato entrambi con buona volontà, poi un giorno ho guardato mio padre negli occhi e gli ho detto che non ero proprio tagliato per fare il manovale e che volevo fare il giornalista. Dieci minuti dopo ero alla stazione ad aspettare il treno per New York.
Ho trovato in fretta lavoro per un giornale. Facevo il fattorino, il che autorizzava molto a trattarmi male e darmi degli ordini. Soprattutto "lei", Diana, il caporedattore della sezione "cultura e spettacoli": roba da donnette. Non la smetteva mai di darmi ordini, di qualunque tipo: portami un caffè, prendi quel pacco, vai, fai, blablabla. Seduta sull’orlo della sua scrivania, con le gambe accavallate dentro un tubino beige, mi guardava e mi parlava come se fossi uno stupido.
Tre giorni fa mi ha chiamato nel suo ufficio con voce stridula. Mentre mi ordinava di andare a ritirare "immediatamente" dei biglietti per uno spettacolo teatrale con il diluvio universale in corso, ha fatto cadere un giornale dall’alto della sua scrivania! Si è interrotta subito e mi ha detto: "Prendimelo". Io mi sono chinato, ho raccolto il giornale e porgendoglielo le ho detto: "Ti muovi poco. Sarà per questo che il tuo sedere è così grande". Mentivo. Lei ha sgranato gli occhi ed è rimasta immobile per qualche secondo. Poi mi ha colpito in testa con il giornale, senza dirmi una parola. Io sono andato via sbattendo la porta. Sono tornato a casa a piedi, pensando che mi sarebbe piaciuto restituirle il colpo con un martello e sopprimerla come se fosse un cavallo zoppo.
Oggi sto andando in ufficio con un mazzo di fiori. Sono per lei. |